SOFFERENZA E MALE DI VIVERE: I RAGAZZI EMO

Emo è un termine inglese nato per identificare una subcultura giovanile emersa negli Stati Uniti, in particolare a Washington D.C., tra gli anni ottanta e novanta. Essa deriva direttamente dal genere musicale emo, da cui ha preso ispirazioni e caratteristiche, ma anche dal punk rock e da altri generi di musica alternativa.

Emo è l’abbreviazione di Emotivo e rappresenta uno stile di vita in cui assume centralità il manifestare una condizione depressiva o di dolore in generale. Emo in greco significa sangue e questo aggiunge anche una connotazione autolesionistica (tagli su gambe o braccia).

I ragazzi Emo ascoltano musica definita ‘emo-core’ e adottano un particolare tipo di abbigliamento: smalto nero, maglioni di lana larghi o magliette molto strette, pantaloni di velluto, scarpe da ginnastica, skinny jeans, occhi truccati, frangetta asimmetrica che copre il viso, collane lunghe con teschi e simboli di morte. Hanno tatuaggi vistosi raffiguranti simboli di morte e capelli sopra lunghi e sotto rasati e con tinte strane.

I giovani Emo rappresentano la generazione del vuoto. Mostrano di appartenere al gruppo mettendo in atto comportamenti autodistruttivi quali suicidarsi, piangere, deprimersi, “fare lo sfigato”.

Secondo il dott. Jannaccone Pazzi, psicologo di Humanitas Salute, questi ragazzi non hanno sviluppato, o non sono in grado di utilizzare, “un apparato per pensare, sperimentare e riconoscere i propri stati emotivi e che solo attraverso l’enfasi di uno di questi si sentono in grado di possederlo, sentirlo, viverlo”, si tratta di giovanissimi che non riuscendo a ‘sentire’ si ritrovano a manifestare espressioni dal colore acceso con la finalità inconscia di sentirsi vitali.

Per comprendere il fenomeno Emo spiega il dott. Pazzi “è necessario fare riferimento alla nuova era della tecnologia. Fenomeni come Internet amplificano la diffusione dell’informazione e accorciano le distanze interpersonali, trasformano inevitabilmente la dimensione relazionale tra le persone. Questa, svuotata di ogni odore, contatto, di quel ‘sentire’ che appartiene tipicamente alle relazioni umane, tende ad incrementare, nelle generazioni emergenti, un’incapacità di ‘sentire’, a viversi come persone ‘vive e vitali’; ecco quindi il fenomeno autolesionistico prendere forma come soluzione disperata di auto-aiuto”.

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